Una visione desolata della condizione umana, dove la natura – imbestiata, infestata da lemuri, corrotta dalle muffe – si presenta al poeta come una orrenda anfibologia, quando «nulla resta tra lui e la cosa, / soltanto il suo immobile stare / davanti all’occhio del cadavere che lo sveglia». Allora i parlamenti «disciplinano massacri», il «germe del maschio» è sotterrato per sempre «nei fondali della vita», «appena uscito dalla camera del morto / il figlio va alla danza e s’innamora». Perciò il poeta non può rinunciare alla sua antica vocazione orfica ed ermetica, di psicagogo e, lui che sa, invita e guida al viaggio metamorfico nel «fuoco delle cose», all’andata nell’Ade dei nostri morti e ritorno: «A coloro che da sempre dal fondo tuo ti guardano, / a quelle presenze etiche e d’abisso / che ti indicano percorsi instabili, rovine e durature soste, / non resistere, ma seguile, fin dove, / giunto a un presidio siano nel bosco, / ti ritroverai ad andare nel rogo delle cose».