La «favola onirica» di Tomaso Kemeny, nella forma desueta del poemetto, esprime lo strazio dell’io-poeta, esule dall’amata Ungheria e pellegrino in una Terra sempre più prosciugata di energia. Lo stile è sublime: nelle varie tappe del volo visionario si affollano dèi e demoni, re ed eroi leggendari, vendicatori angelici contro popoli invasori e tiranni, nostalgie patrie e affetti familiari. Lo stesso poeta si incarna nel guerriero Vayk della tradizione magiara per combattere la morte e le sue nere spose; sarà il padre Csaba a sostituirsi a lui nella discesa redentrice agli Inferi, dove Torquato Tasso ed Ezra Pound si cercano vanamente tra le ombre. Una nuova metamorfosi del protagonista in aquila lo farà assistere desolato ad antiche e nuove devastazioni, nell’attesa del «Dio portentoso invocato / da chi combatte per la bellezza / e per il bagliore delle origini». Il poemetto si chiude con un dolente consummatum est: deposto dalla croce, il poeta è accolto dalle braccia pietose della madre, divenuta dopo la morte una dea primigenia.